Gino Rossi l'indubbia genialità e grandezza

Prima parte-GINO ROSSI (VE 1884-TV 1947).
Nel 1912, insieme ad Arturo Martini ed alla moglie Bice, anch'essa pittrice, Rossi ritorna in Francia, dove è documentata la presenza di opere dei tre artisti al Salon d'Automne di quell’anno, accanto, tra gli altri, all’artista Amedeo Modigliani. Rossi vi partecipa con otto opere, tra cui Pescatori di Burano, Fanciulla di Bretagna e Case a Burano.
Nel 1913 la moglie lo abbandona, dopo essersi innamorata dello scultore Oreste Licudis. Il breve periodo di depressione successivo all’evento è interrotto da alcuni soggiorni sulle colline trevigiane, fonte di ispirazione per le opere di quegli anni, assieme alla nuova compagna Giovanna Bieletto.
E' a questo periodo che risale la piccola opera "Maternità" del 1915 qui pubblicata: un vero e proprio trattato scientifico in unica soluzione ad opera del metodo Buso che, in un 'intimo colloquio' con lo sfortunato artista, ne trae la grande sofferenza vissuta a seguito dell'abbandono della moglie. Inseriti segretamente nella "Maternità" vi sono dei dati segreti che stabiliscono il suo dolore, la sua delusione e il timore della presenza di un altro uomo, di un ipotetico figlio rappresentato qui in veste di rettile/sauro simbolo per eccellenza del tradimento. La rappresentazione della testa di un orso dalle lunghe fauci aperte stabilisce lo strappo sentimentale della sua compagna, la quale reca nel capo, nella zona del pensiero, un volto maschile nuovo.
Sullo sfondo, al di là della finestra, è una croce posta al vertice del monte piramidale, qui Gino Rossi appone non casualmente la sua firma e la data "15" a stabilire forse la sua crocifissione?
Leggere le opere d'arte con quest'innovativo metodo stabilisce un rapporto più intimo con l'artista e i suoi sentimenti...si, poiché far pittura è un sentimento puro e, Gino Rossi ne ha fatto motivo di vita sino alla morte.
Per la primissima volta l'Accademia si trova ad un bivio: quello della nuova conoscenza e nuova Scienza moderna, come appena successo per la Pietà vaticana di Michelangelo e per l'Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci.
Quanto qui esibito non ha precedenti, spiazza del tutto l'osservatore e colui che crede di conoscere ma, non è così. TUTTO NEL VISIBILE DELL'OPERA!

Seconda parte-Un nuovo approccio di studio e lettura delle opere d'arte.
Parlare di vergogna mi pare eccessivo, direi piuttosto incapacità nella corretta lettura delle opere d'arte.
Raccolta a terra, impolverata e calpestata, presso un rigattiere nell'alto trevigiano, questa tela rivela al Metodo Buso la sua paternità e datazione, rivela soprattutto i suoi contenuti sinora mai colti da alcuno. Gino Rossi l'artefice e...che opera! Eseguito con una tale forza e forse anche rabbia, si vedano in facciata i sottostanti bordi del telaio ligneo che emergono nel soprastante colore soprattutto il gesto fenomenico nell'intera superficie, il dipinto tramanda in forma semi segreta la vicenda della conquista del fiume Piave durante la prima guerra mondiale. Titolato "Cati cheti 15", (gioco del nascondino in dialetto trevigiano), non a caso dall'artista in basso a destra assieme alla data "15" (1915), esso rappresenta il fiume Piave al centro con un solo muretto(confine) sulla sponda destra, quella sinistra è protetta da un grande drago e non reca più confine (totale assenza del muro). Tra le fronde delle piante sulla destra si nascondono, in un gioco di nascondino, tutta una serie di personaggi, in alto che tentano di scovarli una serie di soldati austriaci : direi che il contenuto sia geniale a dir poco, e visibile al punto da far vergognare coloro che in passato hanno avuto tra le mani, sotto gli occhi, una simile tela. Più tardi nel 1916 Gino Rossi parte per la guerra dalla quale tornerà provato mentalmente. Parlerei anche del volto di ragazza (quarta immagine) semi celato alla fine del muretto del fiume, davanti al muso del drago: esso è talmente ben fatto, ricorda soprattutto il periodo Liberty e come questo artista sia grande, diceva a proposito a Melchiori Arturo Martini, suo grande amico, il giorno seguente del primo ricovero in manicomio di Gino Rossi "...un vero peccato, era più pittore di Modigliani...", non aveva torto, le mie lodi vanno al prof. Luigi Menegazzi, unico a tutelare, redando il Catalogo generale dell'artista nel 1978, l'operato di questo grande artista del Novecento. Mi trovavo nel 2014 nell'abitazione del prof. Menegazzi a Treviso, esso si espresse con quest'affermazione: "...le opere di Rossi sono in oblio..." e mi sono sempre chiesto il perché di questa sua affermazione, oggi lo comprendo meglio e mi chiedo perché esiste questa situazione che danneggia inesorabilmente l'operato di Gino Rossi. La tela qui pubblicata fornisce delle risposte certe. Gino Rossi la nostra passione.